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Inglesi, svizzeri e francesi a Genova nell’ottocento

I balli a Genova

Un vestito che si usava nei balli di metà ottocento  (Museo Daphné di Sanremo)

Dopo un periodo all’estero Frederick Yeats Brown torna a Genova, siamo negli anni 1856/57, «Il divertimento per me, allora, erano i balli, e la sala “rossa” di Casa Cambiaso era il posto ideale per questo. C’era solo un pianoforte, un lampadario con le candele e una ventina di seggiole di Chiavari tutt’intorno». Molti giovani venivano volentieri a casa del console. Si ballava di sera e c’era una regola per la cena, “velocemente e poco”. Infatti in occasione dei balli venivano servite solo limonate ed alcuni dolci. «Non ho mai mangiato nulla di pesante durante i balli – dice Frederick – eccetto quella volta da Madame De la Rue quando assaggiai il suo prosciutto della Westphalia».

I balli dei signori De la Rue, così pure quelli dei marchesi Brignole Sale, erano ben conosciuti a Genova, tanto da essere menzionati sui giornali, come nel 1825 durante le feste di Carnevale. Di Madame De la Rue e di suo marito Emile si è parlato precedentemente in occasione della loro amicizia con Charles Dickens.¹

¹ http://cazzulo.altervista.org/li-gli-amici-genovesi-dickens/

Gazzetta di Genova – febbraio 1825

Nel maggio 1815 la principessa del Galles era tra gli invitati al ballo dei De la Rue, ma in questo caso si trattava del padre e dello zio di Emile. Entrambi, già da un po’ di anni sulla piazza di Genova nella gestione della loro banca (fondata nel 1758 dallo zio Antoine e fra le banche svizzere, era la più antica d’Italia), erano meglio conosciuti come i “fratelli De la Rue”, come troviamo scritto su un articolo del 1817 della “Gazzetta di Genova”. Anni dopo (1835), sempre sul giornale, gli troviamo nella lista delle persone caritatevoli che contribuivano con offerte in denaro a favore dei poveri colpiti dal colera. Tra questi contribuenti anche il padre di madame De la Rue, August Granet.

I balli, venivano organizzati anche per beneficenza, come la sera del 23 febbraio 1870 a favore del Ricovero di Mendicità, tra le signore del patronato anche qui Augusta De la Rue né Granet.

Riprendiamo a leggere il libro “Family notes”: «C’erano molti uomini per i balli a Genova, fino a quando la Marina militare italiana si spostò a La Spezia [1870-71]. L’uso inglese di invitare gli amici a cena non esisteva tra i genovesi e così c’erano pochi parties, aggiunge Frederick. Solo in poche occasioni si svolgevano dei grandi balli nei magnifici vecchi palazzi di Genova, dai tempi delle “Veglie dei Quaranta”, feste organizzate a turno da Quaranta grandi famiglie. Ancora ora [siamo nel 1915] si potrebbe “ricevere” magnificamente a Genova. Un re potrebbe essere ospitato in qualsiasi momento, senza preavviso, in una casa come quella della Marchesa Pallavicini in piazza Fontane Marose. Un ballo dato quaranta anni fa dai Durazzo in via Balbi, è ancora ricordato da coloro che vi parteciparono. Non so se più magnifiche sale da ricevimento possono essere viste in un altro posto, come quelle a Genova, in occasione del quarto centenario di Cristoforo Colombo (1892). Allora tre palazzi di via Garibaldi vicini tra di loro, erano aperti, con i loro giardini, agli invitati. Ero con mia moglie – dice Frederick – davanti a Palazzo Tursi aspettando la carrozza, quando vidi il re e la regina [Umberto I e Margherita di Savoia] scendere le ultime scale di quella splendida architettura del sedicesimo secolo».

Il palazzo Durazzo in via Balbi

Cavour e De la Rue

Come già scritto nel precedente parte dedicata al libro “Family notes”², nell’aprile del 1849 gli stranieri cercarono rifugio nelle navi ancorate in porto. Non tutti. In una lettera di Camillo Benso conte di Cavour indirizzata a La Marmora abbiamo notizia che il suo amico Emile de la Rue con la famiglia, così come altri stranieri, si erano rifugiati a Sampierdarena.

Turin, avril 1849. Je prends la liberté de t’écrire deux mots, pour te recommander vivement Mr de la Rue et sa famille, qui se sont réfugiés à S. Pier d’Arena, en attendant que tu aies réduit à la raison les anarchistes qui désolent Gênes. Mr de la Rue, mon intime ami, est le chef d’une des maisons de banque les plus considérables de Gênes et de l’Italie.

I rapporti tra Cavour ed Emile De la Rue oltre che di amicizia, furono anche di reciproci interessi economici. Tra i due ci fu una fitta corrispondenza, più di 400 lettere, che alla morte di Augusta  arrivarono a un’altro svizzero residente a Genova, Amedèe Bert che le rese pubbliche (“Nouvelles lettres inedites recuillies et publièes avec notes historiques par Amedèe Bert 1889″).

Questa corrispondenza serviva ad entrambi per segnalare sia cambiamenti politici, da parte di Cavour, sia suggerimenti sui migliori investimenti da farsi, da parte di De la Rue. Tra le molte anche quella in cui si parla di Evasio Radice, un seguace di Mazzini, che ho trattato precedentemente in una mia ricerca (http://cazzulo.altervista.org/evasio-radice-britain-this-great-country/)

“3 octobre 1848. Mon cher ami, J’arrive de Santena, où la pluie m’a retenu. Les élections connues jusqu’ici, sont passables. Si on s’était entendu, il eut été facile de dégommer Radice, mais il n’aurait pas fallu porter Revel. Adieu, à la hâte. Camille de Cavour”. (Mio caro amico, Arrivo da Santena, dove la pioggia mi ha trattenuto. Le elezioni conosciute finora sono passibili. Se fossimo d’accordo, sarebbe stato facile sbarazzarsi di Radice, ma non avrebbe dovuto sostenere Revel. Arrivederci, a presto).

² http://cazzulo.altervista.org/aprile-1849-un-mese-terribile-per-genova/

Il pescecane

Frederick ci riporta anche notizie di cronaca su Portofino, quando, proprio sotto il castello di suo fratello Monty,³ fu catturato un pescecane da un pescatore di Paraggi. «Fu mostrato a Genova in via Ettore Vernazza, misurava 15 piedi e mezzo [più di quattro metri] e aveva 3 file di denti.

Raffaello Gestro e la Villetta Dinegro

Andai dal Professor Raffaello Gestro, nel piccolo museo a villetta Di Negro4 per chiederli se fosse andato a vedere il pescecane. Rispose che non ne valeva la pena – come se sapesse già tutto – disse che si trattava di uno squalo blu».

I grossi pesci hanno sempre fatto notizia, infatti “ieri [17 agosto 1858] sul Ponte Reale era esposto alla curiosità della gente un enorme pesce-cane pescato nelle coste della Sardegna, e destinato, dicevasi, per uno de’ nostri musei zoologici. Nessuno ricordava di avere veduto un pesce dell’accennata specie di forma così gigantesca”. 

Anche Oscar Saccorotti volle rappresentare un grosso pesce degno di essere dipinto nelle sue tele. Si tratta di un particolare presente nelle sei tele che si trovavano nella sede del quotidiano “Il Lavoro”.

³ Montague Yeats Brown, acquistò il castello nel 1867

Raffaello Gestro è stato uno dei più importanti studiosi italiani di coleotteri. Il museo civico di storia naturale si trovava a Villetta Di Negro dal 1867 fino al 1912 quando fu spostato nell’attuale sede di via Brigata Liguria, 9.

“Gazzetta di Genova” 18 agosto 1858

“Piggiâ o zeneise cado”

«Il primo di ottobre del 1858 a 21 anni iniziai a lavorare da Gibbs & Co in via Garibaldi. La mia prima avventura con il commercio fu la vendita in Inghilterra, di dieci dozzine di bottiglie di Asti Spumante. Era buono e poco costoso – di quelle ne bevvi due bottiglie in una calda giornata d’estate – non so da cosa dipese, forse la cattiva gestione del mio agente a Londra, ma questo non fu un affare».

La Gibbs & C., come scrive l’Indicatore: ossia, guida per la città e ducato di Genova del 1835, era una ditta che trattava coloniali e manifatture, situata insieme ad altri negozianti nel porto franco. Frederick ne fu socio fino al 31 dicembre 1863, insieme a Camillo Serra e alla sorella Stuarta, vedova di Charles Gibbs. Il suo primo affare invece fu la vendita di quaranta casse di candele di sego (P.Y.C. Petersburg Yellow Candle) a un certo Pasquale Pastorino, «Il vero mercante – Genuensis, ergo mercator, come si diceva una volta – un uomo preciso,  sempre pronto a vendere o a comprare, in piccola o in larga scala. Sono contento di pensare che il mio primo affare fu con lui. Mentre camminavo su e giù su quelle casse, orgoglioso di quella mia proprietà, mi ricordai di un proverbio genovese “Zenese cardo” – letteralmente “caldo genovese” ma con il significato di “trattare con un genovese mentre è ancora caldo”, cioè non dargli il tempo di raffreddarsi, perché la sua naturale tendenza è quella di essere cauto per “pensare meglio” di un affare». (“deal with a Genoese while he is hot”, that is don’t give him time to cool down, because his natural tendency is to be cautious, and “think better” of a bargain)

Piggiâ o zeneise cado”, questa è la forma corretta, che significa “Approfittare di un’occasione”, p.e. “Approfittare dell’entusiasmo di una persona, per invogliarla soprattutto a fare un qualcosa cosa che ci interessa” (Fiorenzo Toso)

Gli appalti

«Con il commercio di metalli intrapresi due grandi appalti; l’acquisto di una grande quantità di vecchie monete di rame dal governo italiano; la vendita allo stesso di guaine e bulloni per la costruzione di navi; e un contratto di tre anni con l’autorità navale per la fornitura di centinaia di articoli per la Marina, da consegnare alla Darsena di Genova. Questi appalti furono fatti insieme a Vincenzo Molinari, un mercante genovese». Molinari viveva in una casa alle Mura delle Grazie e di questa casa Frederick si ricorda un particolare curioso «la stanza da bagno era stata costruita in modo da lasciare che l’acqua si riversasse sul pavimento di pietra, per poi fuoriuscirne, attraverso alcune aperture realizzate appositamente. Un particolare arrangiamento che non vidi in nessun’altra grande città come Genova».

Et bien Sire! Vous voici!

Il corrispondente del “Times” arrivato in città, chiese al console di Gran Bretagna [Montague Yeats Brown, succeduto nel 1857 alla carica di console al padre Timoty] di trovarli un inglese che potesse riferire sull’arrivo a Genova dell’imperatore Napoleone III. «Che fortuna per un ragazzo di 22 anni potere scrivere su quel giornale, con il corrispettivo di 50 sterline», queste furono le parole di Frederick, quando fu scelto, grazie alla segnalazione del consolato, che allora non era più in Piazza De Ferrari, ma era stato spostato nel palazzo della Prefettura.

Sbarco delle truppe francesi a Genova nel 1859 (Leopoldina Zanetti Borzino)

Frederick vide lo sbarco dei francesi dal ponte di una nave ancorata alla Darsena. Ironia della sorte, dieci anni dopo il sacco di Genova, anche questa volta si trovava su di una nave ad assistere ad un evento storico.

“Frederick vide lo sbarco dei francesi dal ponte di una nave ancorata alla Darsena”

Tra le curiosità di quei giorni, anche il racconto di un ufficiale della nave imperiale che disse a Frederick che Cavour, salito a bordo si sedette, senza tanti complimenti, vicino all’Imperatore dicendogli: “Et bien Sire! Vous voici!”

L’artiglieria francese sbarca a Genova

Quando i francesi dormivano nei campi della Valbisagno e della Valpolcevera

«La vista di Genova con centomila soldati francesi era meravigliosa, però in quei giorni si disse che quando gli zuavi videro avvicinarsi Genova, affollarono i ponti delle navi e chiesero se dovevano prenderla d’assalto! Dopo lo sbarco si comportarono in un modo un po’ troppo selvaggio, presero d’assalto le case pubbliche e cose del genere, infine gli misero in due campi nella Valbisagno e nella Valpolcevera».

Di tutt’altro tenore viene vista la presenza dei francesi su un giornale di Genova del 6 maggio. Giunge una lamentela [da un lettore], che si chiede “perché essendoci a Genova tanti locali a disposizione, si sono acquartierate le truppe sul Bisagno, esposte all’intemperie della stagione?” Il motivo – risponde il cronista – era semplicemente dovuto a questioni di amministrazione e di  logistica militare.

A proposito dell’accampamento sul Bisagno ecco a cosa assistette Frederick: «Un giorno andai sul Bisagno e vidi una scena particolare: una sentinella turca che andava avanti e indietro facendo la guardia – con la baionetta innestata – era molto seccato per quello che diceva un suo commilitone al suo riguardo. Questi continua a prenderlo in giro – in una lingua a me incomprensibile – mentre andava su e giù finché, la sentinella lo minacciò con l’intenzione di passarlo da parte a parte con la baionetta. L’altro fuggì urlando e se la sentinella – che lo guardava come un demone – l’avesse raggiunto sarebbe finita male. Mi fu detto in seguito che i loro ufficiali fucilarono quei due senza scrupoli, per il loro atto d’insubordinazione».

Quando in seguito i soldati feriti tornarono dal fronte, Frederick e altri suoi amici eravamo soliti andare giù al porto, all’ospedale militare del Santo Spirito, per portare loro sigari e fiori.

Un bicchiere per un corpo di un austriaco

Il New Yok Herald del 27 maggio 1859 tra le varie notizie su Napoleone III a Genova riporta una particolare curiosità.

A Genova i cittadini incontravano volentieri i soldati francesi e i proprietari dei Cafè spesso rifiutavano di essere pagati. Un Chasseur de Vincennes7 porgendo una moneta per un bicchiere di eau de vie, gli fu chiesto di tenerla e di saldare il conto direttamente con un corpo di un austriaco. “Devo ucciderti un austriaco?” – chiese il Chasseur – “Stai sicuro; dammi solamente un altro bicchiere e te ne ucciderò due”.

7 I “Chasseur de Vincennes” precedentemente chiamati “Chasseur d’Orleans” fu un corpo militare creato prendendo come modello i Bersaglieri

I francesi per le strade di Genova

Le lucciole di Quarto

Il principe Ignacy Sobolewski

«L’estate del 1859 la passammo a Quarto, in una casa appartenuta alla famiglia Spinola, Villa Soboleschi [Sobolevscki] 8 , chiamata così per un principe polacco che vi aveva soggiornato. Fu in seguito abbattuta.

Lì trascorremmo dei bei momenti, come le nuotate al mattino, partendo dallo scoglio di Garibaldi. Alla sera a Quarto le lucciole erano meravigliose, mi distendevo sul prato per non disturbarle e così un loro sciame mi passava tranquillamente sopra. Da questa villa con mio fratello raggiungevano a piedi i nostri rispettivi uffici (3 ½ miglia era la distanza) e così pure facevamo al ritorno alla sera».

Il principe Ignacy Sobolewski morì l’8 ottobre 1846 a Quarto

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi – Il Lavoro 7 luglio 1907

«Garibaldi stava presso un amico [si tratta del colonnello Candido Augusto Vecchi, la villa è la n. 2 presente nella figura qui sotto] a circa 50 yards dalla nostra casa di Quarto [villa Spinola, Carrara, “Carla”, chiamata anche Sobolevscki]8. Varie volte lo vidi nel terreno della villa Spinola, ora Villa Carrara, che stava tra noi e il mare, un bel posto, dove lui leggeva le sue lettere da una balconata prospiciente il mare, proprio sopra lo scoglio».

«Mi ricordo di quando un giorno mi diede un’occhiata come per dirmi “Perché non mi parli? Non ti mordo”. Ma allora ero un conservatore. Un giovane timido inglese seguace della regina Vittoria, che non era amica dei repubblicani, i quali cercavano di spodestare i re. Così  persi l’occasione di conoscere personalmente un tal personaggio».

Lo scoglio dei Mille
Lo scoglio da dove partirono i “Mille”

Cavour e il Governo Sardo sapevano della spedizione dei Mille anche se questa cosa era tenuta segreta. «Ho avuto una prova assoluta che era così; perché sotto la mia finestra [a Quarto] c’era un carro dell’artiglieria governativa, con il numero del reggimento, ecc. Raccontai quello che avevo visto al corrispondente di allora del Times, ma mi rispose che il giornale “non voleva sapere” questa prova che Cavour stava recitando con Garibaldi. La notte del 5 maggio dormivo a villa Cambiaso e non potei assistere alla partenza dei Mille, cosa che invece capitò al mio amico Edward Algeron Le Mesurier». Fra quei garibaldini c’era anche Giulio Adamoli che sposò la figlia di Stuarta, la sorella di Frederick.

«Il mio amico Edward infatti fu più fortunato, vide le navi passare davanti alla villa dei Thompson ad Albaro. Quando lavoravo dalla Gibbs and Co, Edward lavorava come cassiere da De la Rue and Co., una rispettabile banca i cui soci erano Emile De la Rue e William Granet». Tra di loro c’era una stretta relazione infatti la moglie di Emile, Augusta Granet era la sorella di William, che a sua volta aveva sposato Adelaide la sorella di Edward. Nel 1864 finito il periodo con la Gibbs and Co, Frederick divenne socio della Granet Brown & Co (W. Granet, E.A. Le Mesurier, F. Brown).

8 Villa Sobolevscki fino al 1867 di proprietà del marchese Giorgio Spinola, poi passata ai Carrara e infine demolita all’inizio del ‘900

Il Canottaggio
Candido Augusto Vecchi e suo figlio Augusto Vittorio

Frederick insieme al fratello, come la maggior parte dei britannici, amavano lo sport. Prima della fondazione del Genoa, i due fratelli Brown fondarono nel 1876, nella nostra città, la società Canottieri Genovesi. La passione per il mare era insita nei Brown, nel 1869 si ha notizia che nel porto era ancorato un steam-yacht di proprietà di Frederick, che lo acquistò dal principe di Galles. Sempre nell’ambito nautico troviamo che tra i fondatori e primo presidente del Regio Yacht Club Italiano (il più antico circolo velico del Mediterraneo) c’era Augusto Vittorio Vecchi. Il Vecchi, conosciuto anche con lo pseudonimo di Jack la Bolina, era un reduce della battaglia di Lissa a bordo della fregata principe Umberto e figlio di quel Candido, amico di Garibaldi. Nell’agosto del 1892 in occasione delle celebrazioni delle Colombiadi, Frederick era presente come giudice di gara e la sorella Ida con altre signore assisteva dal palco Reale alle regate.

Il Secolo XIX del 15 agosto 1892

Ao mêu nêuo gh’è…

Due noti personaggi americani del tempo, si servirono della banca Granet Brown & C. dove Frederick era socio. Nel 1868 H.W. Longfellow, il famoso poeta, che era alloggiato all’Hotel Feder, andò a farsi cambiare un assegno. Di lui troviamo una traccia del suo arrivo a Genova nel Corriere Mercantile del 24 novembre 1868. Mentre di Jay Gould, il magnate delle ferrovie, arrivato con il suo yacht “Atalanta” nel porto di Genova nel dicembre del 1887, Frederick ci racconta un curioso episodio. Un giorno Gould invitò sul suo yacht William Harry Kirby [cognato di Frederick, avendo sposato sua sorella Alice]. Kirby salito a bordo dell’Atalanta, uno yacht molto lussuoso per quei tempi – aveva un pianoforte e un portavivande a servizio dalla cucina alla sala da pranzo – non trovò il magnate americano, lo vide invece sul Molo Nuovo, sotto un sole cocente, mentre stava pescando seduto su di un scoglio.

The evening world, 6 Dicembre 1887

La famiglia di Frederick

Il fratello più grande di Frederick, Montagu “Monty” divenne a sua volta console dopo la morte del padre Timoty, tenendo la carica fino al 1893. Il nipote Francis, figlio di Monty, nato a palazzo Gropallo in Albaro, chiamato da bambino affettuosamente “Stella”, fu l’autore del libro “I lancieri del Bengala” da cui fu tratto in seguito l’omonimo film con Gary Cooper. Francis nel libro commenta che era bilingue e aggiunge “Ho parlato in genovese prima che potessi parlare inglese, e un tempo ho pensato in tedesco”.

Prima della sua morte Francis raccolse materiale per la sua biografia, e in apertura del suo primo capitolo inedito ecco che ci porta direttamente nella Genova del 1890, con le sue strade, le sue carrozze, la sua gente:

“Il rumore di zoccoli lungo le strade acciottolate di Genova è il mio primo ricordo a quattro anni [1890] – straordinario per me – insieme al fracasso della frusta e l’hyoop-hyoop del conducente! Io appoggiato a un muro, mano nella mano con la mia tata, li osservai passare con occhi affascinati. I sogni della mia infanzia erano questi; e quando la mia madrina, la vecchia signorina Leacock, […] mi diede una frusta, la mia felicità salì alle stelle”.

“Il Caffaro” 30 giugno 1890

Il fascino di questa descrizione si scontra con quanto riportato in un articolo del Caffaro dello stesso anno. Si parla sempre di carrozze, ma quello che viene qui riportato è il problema dovuto alle “pestifere esalazioni, risultanti dai depositi equini”. Siamo a Principe e per evitare che tali “noie apportino fastidio, specialmente al genere femminile”, si chiedeva, invano, di posteggiare a sinistra, invece che a destra della rampa che da piazza Acquaverde conduce a s. Ugo.

Con questa ultima parte si concludono i racconti tratti dal libro di Frederick Brown Yeats. Aveva iniziato a scrivere, partendo dalla descrizione di Casa Cambiaso sita in salita S. Maria della Sanità, dei suoi ricordi in quegli anni felici; ora alla fine del 1893 dopo quarant’anni anni se ne va. La lascia per un’altra villa Cambiaso, ex Giustiniani di Albaro. I ricordi in quella vecchia casa sono ora tristi, lì morì la sua nonna americana, Frances Cadwalader nel 1843; suo padre nel 1858 e sua madre nel 1863.

la tomba di Frances Erskine
La tomba di Frances Erskine, della figlia Stuarta e del genero, il console Timoty Yeats Brown

«I miei erano partiti per l’Inghilterra, da casa Cambiaso io potevo vedere i cipressi di S. Benigno dove mia madre riposa».

I cipressi di S. Benigno

FINE

Bibliografia:

BANCHERO Giuseppe, Genova e le due riviere: descrizione di G.B., 3 pt. in 1, 1846

BERT, A., Cavour  Nouvelles lettres inedites recueillies et publiée avec notes historiques par Amédée Bert, Roma, Roux 1899

BIBER G.E. The English Church on the Continent, 1846

BROWN Y. F.A. Family Notes, Genoa 1917

BUNNETT Henry Jones, A Description Historical and Topographical of Genoa, with Remarks on the climate, and its influence upon invalides, London 1844

CORTILLI Augusto, L’indicatore: ossia, guida per la città e ducato di Genova, Genova 1835

LEMESURIER E.A., Genoa. Her history as written in her building, Genoa, Donath, 1889

MC CULLOCH John R., A Dictionary, Practical, Theoretical and Historical of Commerce and commercial navigation, London 1844

La Gazzetta di Genova, febbraio 1825

Il Corriere Mercantile, 29 marzo 1849

New Yok Herald, 27 maggio 1859

The evening world, 6 dicembre 1887

Spectator,  7 giugno 1851