Crea sito

La Resistenza dei Ferrovieri

La lapide nella stazione ferroviaria di Principe

Il 25 aprile del ‘46 nell’atrio “Arrivi” della stazione di Principe si inaugurò la lapide in memoria dei ferrovieri del compartimento di Genova caduti per la Libertà. A scoprire la lapide la madre di Dino Mincaraglia, operaio delle ferrovie, ucciso a S. Cipriano il 31 marzo del 45.

Il Lavoro del 26 aprile 1946

Poco conosciute sono le vicende in questo periodo storico, che hanno visto la partecipazione attiva del personale delle Ferrovie di Genova. Qui di seguito una breve sintesi, gentilmente avuta dal prof. Vittorio Bagnasco, su quello che fecero alcuni componenti del personale ferroviario.

Il prof. Vittorio Bagnasco durante la commemorazione

Sono quarantacinque i nomi dei ferrovieri caduti nel periodo 1943-45

“Sono quarantacinque i nomi dei ferrovieri caduti nel periodo 1943-45. Analizzando i relativi dati, ventinove sono quelli morti lontano dalla loro attività di ferrovieri, morti come partigiani, in combattimento o fucilati per rappresaglia, quasi tutti giovani, da 18 a 23 anni (scappati via per non rispondere ai bandi di arruolamento o di quelli della milizia). I rimanenti sedici sono rimasti a svolgere la loro attività come ferrovieri e in queste vesti hanno resistito o combattuto i tedeschi.

Che i tedeschi abbiano, dopo l’otto settembre, immediatamente utilizzato il pugno di ferro (Kesselring dichiarò subito che fosse applicata la legge di guerra su tutto il territorio italiano), è dimostrato il 18 settembre, quando a calata Bettolo, nel porto, viene arrestato un ferroviere (o portuale) che ha raschiato dal fondo di un carro merci poco più di un chilo di farina di granturco. Venne portato via e dopo tre giorni riportato al ponte Doria e lì fucilato.

La Resistenza di questi sedici ferrovieri si articola su due filoni: l’attività individuale e quella di gruppo. Nella prima vediamo le iniziative più disparate atte ad aiutare, se non salvare, vite umane; così in treno si trasportano armi o vestiario o ricercati (vestiti da ferrovieri), nelle stazioni, specie di notte, si aiutano gli ebrei o i deportati a scappare dai carri merci in cui sono rinchiusi (è medaglia d’oro al valor civile quel ferroviere guarda-sala che a Roma Tiburtina spiomba, di notte, i carri degli ebrei; verrà fucilato alle Fosse Ardeatine).

La commemorazione dei Ferrovieri caduti per la libertà, fatta il 17 aprile 2018

L’ingegnere ferroviario Italo Scapaticci

Nel nostro Compartimento di Genova una resistenza ai tedeschi viene attuata da un alto funzionario, l’ingegnere Scapaticci, che rallenta a dismisura i tempi di smantellamento dei binari e della linea aerea della Genova-Spezia (che i tedeschi volevano sequestrare e inviare in Germania) sulla quale dal giugno del 1944 non circolano più treni, causa i ripetuti bombardamenti che distruggono i ponti di Moneglia, Chiavari, Bogliasco, Sori e massimamente di Recco (Venticinque bombardamenti solo per quel ponte che radono al suolo la cittadina); Scapaticci viene ritenuto responsabile, inviato a Mathausen dove morirà alcuni giorni dopo la liberazione.

Il Lavoro del 11 luglio 1944

Nella resistenza di gruppo (oltre al sabotaggio e all’occultamento di materiale ferroviario, altrimenti asportabile dai tedeschi, operato dagli operai delle officine, in particolare di Rivarolo e di Brignole) possiamo prendere come esempio “il gruppo di Ventimiglia”: una decina di ferrovieri che aderiscono alla “Giovine Italia”, assieme a carabinieri, poliziotti, civili, nata per combattere il “secolare nemico dell’Italia”. Il loro obiettivo è l’occupazione e la difesa del territorio (stazioni, ponti, strade, questure, caserme) in concomitanza con lo sbarco alleato (circolano ad arte vaghe notizie di un prossimo sbarco alleato, avvenuto poi il 6 giugno in Normandia). Nel maggio vengono arrestati Muratore, Lerzo, Rubini, Trucchi, Viale (moriranno tutti a Mathausen), Palmero (fucilato al campo di Fossoli), Ferrari (fucilato al Turchino), un altro ancora, Ferraro, morirà da partigiano, fucilato a Sospel. Si salverà uno solo del gruppo, l’alunno d’ordine Airaldi. Chiuso, assieme ad altri, in un carro merci,  riesce a scardinare un finestrino del carro e a gettarsi nel vuoto, nei pressi di Bolzano, di notte. Viene aiutato dai ferrovieri, da Bolzano a Imperia, a nascondersi, a fuggire e a ritornare a casa dove giunge dopo 3 mesi. Arrestato ancora una volta, riesce a fuggire ma si riconsegna in sostituzione degli ostaggi minacciati di fucilazione; graziato dalla esecuzione dal sottufficiale tedesco (uno dei pochissimi tedeschi “umani”, ammirato per il suo coraggio) ma, logicamente imprigionato, riesce nuovamente a evadere e a raggiungere i partigiani. Il suo nome non lo troviamo inciso nella lapide perché rimase vivo alla fine della guerra.

Gli “informatori” ferroviari

Ancora nella “resistenza di gruppo” possiamo registrare quella degli informatori, diretta da alti funzionari, in collegamento con l’O.S.S. americano e con il C.N.L., ai quali chiedono di non bombardare né di sabotare le linee ferroviarie necessarie per la fine della guerra. Alla resa dei tedeschi, nel Compartimento di Genova, le sue squadre, esperte in esplosivo, disinnescheranno tutte le mine piazzate dai tedeschi – in particolare nelle gallerie – messe per lasciare solo rovine al loro rientro verso la Germania.

Accanto a questi quarantacinque caduti, la famiglia dei ferrovieri ha iscritto i ventidue suoi figli caduti da partigiani; ottantatré sono gli internati nei campi di concentramento in Germania e quaranta gli incarcerati in Italia, rimasti vivi alla fine della guerra, solo venticinque sono quelli arrestati e poi rilasciati; centodiciotto ferrovieri sono morti sotto i bombardamenti. Infine, duecentottantadue sono i ferrovieri partigiani e trecentoquarantasette quelli riconosciuti Sapisti.”

Il ferroviere che nascose il treno

Sempre in questo periodo, esattamente nel luglio del 1944, troviamo il coraggio di un macchinista ferroviario che riuscì a “nascondere” in galleria, nei pressi di Borgo Fornari, il suo treno, dopo aver visto alcuni aerei alleati che stavano per bombardare la zona dove si trova il convoglio.

Il Lavoro del 13 luglio 1944