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Quando a Pasqua si andava al “Monte”

D’andà a-Mönte ö se fa ûn obbligo. co-a so torta pasqualinn-a, euve dûe, leitûga tenia, e ûnn-a bella çimma pinn-a, e in sce l’erba, all’aria libera, così Nicolò Bacigalupo ci ricorda l’usanza dei genovesi di andare nelle feste di Pasqua a festeggiarle alla Madonna del Monte, prendendo posto sui prati, lungo i sentieri o nelle osterie di Pianderlino. O meglio ancora, per dirla sempre in dialetto come un genovese doc – che o conserva e o mette in pratica ogni antiga tradizion – andare sulla collina di S. Fruttuoso (dove ci sono anche i frati), per gustare tra i banchetti i maronsini al limonetto, gli amaretti, i canestrelli e le reste dae nissoe. Sicuramente tra le Regatonn-e, le popolane che vendevano queste collane fatte con le nocciole, ci sarà stata fra di loro anche la famosa Paisann-a (Caterina Campodonico).

La statua di Caterina Campodonico nel cimitero di Staglieno, in basso a destra una colonna di nocciole

Da bere, poi, per tutti c’era lo sciampagna con la “balletta” oppure come dice il Bacigalupo nella sua poesia, per accompagnare queste pietanze ö camallo, ö proletario, cosci dito, e ö meno abbiente, ciò che forma, a Zena, ö popolo laboriöso e intelligente si mettevano a “celebrarle” innûmidindole de gösciae de vin nostrâ.

L’uso caratteristico di mangiare sui prati questi piatti genovesi è menzionato nel 1896 dal Caffaro in uno dei suoi articoli: “Chi può numerare le deliziose scampagnate fatte col pretesto d’una torta Pasqualina e le ore felici trascorse in liete cenette a cui diede luogo la scusa d’una farinata aulente e dorata?”.

Il santuario di N.S. del Monte, la scalinata per raggiungere il sagrato, una stazione della via Crucis e la salita vecchia di N.S. del Monte

La parte religiosa

Poi c’erano anche le Casacce, gli uomini e le donne degli oratori e delle confraternite che nei giorni di Pasqua risalivano in pellegrinaggio la vecchia salita del Monte, dove si trovano ancora oggi i resti delle stazioni della via Crucis. Nella Gazzetta di Genova del 1807 si fa cenno delle feste nei santuari di San Francesco da Paola e di Madonna del Monte. La divozione fa certamente molto, ma dopo l’inverno, il bisogno d’uscir di casa e di prendere aria, contribuisce non poco ad accrescere il concorso de’ divoti. Nel santuario di S. Teodoro convennerono due Casacce, da tempo in dissidio fra di loro, ma in questa occasione si riconciliarono.

Sempre lo stesso giornale nel 1819 riporta la notizia che il Lunedì di Pasqua la Casaccia di S. Giacomo si recò in processione al Santuario di Nostra Signora del Monte, fuori della città, rientrando alla sera.

Il Caffaro per la Pasqua del 1905 pubblica un disegno dei festeggiamenti per la Pasqua al “Monte” che cadeva il 23 di aprile (foto di apertuta). Si vede un povero mendicante, un ragazzino che suona un piffero, delle signore vestite a festa con le lunghe gonne e di schiena una bambina vestita di chiaro. Fanno da sfondo i banchetti e un venditore di palloncini, mentre alla destra fa capolino una guardia.

Nei periodi bellici

Durante la grande guerra i soldati scrivevano al giornale “Il Lavoro” inviando i saluti ai parenti, che il giornale poi pubblicava nella rubrica “Dal fronte – Saluti”, anche per Pasqua troviamo nel 1918 i loro saluti e baci ai parenti, alle fidanzate ed amici. Nel 1943 invece sono i soldati prigionieri in India ad augurare una buona Pasqua.

La pasqua dei genovesi nel 2020

L’ultimo articolo che ho trovato sulle feste pasquali è nel quotidiano “Il Lavoro” del 10 aprile 1928 dove ancora una volta veniva ricordata la consuetudine di andare il Lunedì di Pasqua alla Madonna del Monte e pe’ Scigoe in Cianderlin. L’autore dell’articolo fa una curiosa descrizione delle persone che salgono su al Santuario a festeggiare: le donne, gli uomini, i ragazzi e le signorine che si presentano al Monte in tutta la loro fragrante freschezza, la “Gente di Prè e di Portoria, del cantiere e dell’officina, della banca e dello «scagno» tutti su, su nella festa di primavera.”

Quest’anno sarà molto diverso, c’è sempre la “Gente di Prè e di Portoria, del cantiere e dell’officina, della banca e dello «scagno, ma questa volta tutti in casa. In casa mia è rimasta comunque la consuetudine genovese di fare una buona torta Pasqualina.