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La Gioconda di salita di S. Rocco

Salita S. Rocco

Ogni mattina Gioconda si alza presto per andare al mercato dove si rifornisce di frutta e verdura per il suo piccolo banco. Vende anche polli e galline per la sua clientela del ponente cittadino. Non so però dove è la sua rivendita. “Ho venduto il mio banco di frutta, verdura e polleria […]” così ha detto Gioconda a un quotidiano genovese, probabilmente si tratta di un banco al mercato, nelle vicinanze della sua abitazione. Gioconda abita all’interno 1 di salita di S. Rocco 4. È separata da anni dal marito, senza figli e parenti, ma nel suo cuore ha un grosso desiderio. Giorni fa sono andato fino sopra a Principe, in salita di S. Rocco, per cercare il civico 4 e sapere qualcosa di più di Gioconda e del suo desiderio. Il civico 4 non c’è, me lo ha confermato anche il postino, che ho incontrato mentre usciva dal civico 3. (Qui c’è un antico portale del XVI secolo, con uno stemma nobiliare abraso al centro).

I civici 4 e 3 di salita di S Rocco

Non convinto della cosa, tornato a casa ho consultato alcune piantine dell’epoca, infine in quella del 1933 ho trovato il civico in questione. Si tratta del secondo palazzo a sinistra della salita. Probabilmente negli anni alcune cose in zona sono cambiate.

Gioconda e il suo desiderio

E Gioconda? Anche lei non c’è più, come pure il quotidiano Il Lavoro a cui rilasciò le sue dichiarazioni. Sono passati troppi anni da quel 11 giugno del 1915. Vi chiederete ma quale era il suo desiderio e perché Gioconda vendette il suo banco? La ventottenne pollivendola era una ragazza robusta dalle lunghe trecce nere a cui teneva particolarmente, ma nel suo cuore albergava sempre un desiderio. Per esaudire il suo desiderio, già ai tempi della guerra di Libia di richieste a destra e a sinistra ne aveva fatte tante, ma invano. Ogni giorno a piedi su e giù per quella salita, con sottofondo il rumore delle ferrovie; di sotto quella di Principe e a fianco quella a cremagliera di Granarolo. Quest’ultima gli fa compagnia, fianco a fianco, per poche centinaia di metri prima di arrivare a casa.

La ferrovia a cremagliera di Granarolo

Anche uno sguardo per controllare l’ora, li vicino infatti, in via Bianchetti, c’è “l’orologio elettrico che fu collocato sull’angolo del caseggiato dovuto alla munificenza e liberalità della Duchessa di Galliera”. (Il Cittadino 1882)

È già sera e Gioconda è nel suo piccolo appartamento seduta in cucina, stanca dopo una giornata di lavoro. Mi sembra di vederla mentre con lo sguardo nel vuoto – immersa nei suoi pensieri – si sta sciogliendo le trecce, quelle trecce che tra qualche giorno non accarezzerà più. Pochi giorni e anche il suo negozio non sarà più suo.

Gli edifici di Principe con nel riquadro il civico 4 in salita di S. Rocco

Ormai siamo arrivati alla fine di maggio, ed oggi per Gioconda è un giorno diverso dagli altri. La giovane sta tornando a casa, non ha più il banco di frutta, verdura e pollame, l’ha venduto, e sotto al braccio ha un pacco e nella sua testa sempre quel pensiero. Gioconda ora in casa è davanti allo specchio e si guarda per l’ultima volta, poi in un attimo Gioconda non esiste più per nessuno.

Sono le ore 21 del ventinove maggio, Gioconda scende da Salita S. Rocco e si avvia alla stazione di Principe, tra le sue labbra una sigaretta.

Un tratto di salita di S.Rocco

Entra e esce da alcuni bar della zona per fare passare il tempo e per smorzare la tensione. Adesso è in stazione, alcune signore stanno offrendo biscotti e sigarette, Gioconda ringrazia ma non accetta questi doni. Finalmente arrivano le due del mattino e il treno per Milano parte, in uno degli scompartimenti Gioconda si trova in compagnia di alcuni soldati. C’è chi fuma, chi scherza e chi sonnecchia. Gli occhi di Gioconda brillano, sta per realizzare il suo desiderio. Sei e quaranta il treno è arrivato alla stazione centrale di Milano. Tutti scendono, anche lei che si avvia dritta a prendere il treno delle 7:05 per Venezia.

Domande e risposte

«Soldatino sei stato ferito in guerra?» Questa la domanda di un signore alla vista di un militare con un fazzoletto intorno al viso. Un cenno con la testa e un sorriso per risposta. Un’altro signore, allo stesso soldato, offre delle sigarette, alcune signore invece gli chiedono informazioni sulla guerra. Più avanti un carabiniere lo ferma: «Dove vai? » «Alla guerra» risponde il soldato. «A quale distretto appartieni? ribatte il carabiniere. Un po’ di esitazione e poi con un fil di voce risponde «Genova». «Il numero di matricola?» insiste nuovamente il carabiniere. Questa l’ultima domanda è senza risposta.

Ma Gioconda dov’è? Vi ricordate di quel pacco sotto il suo braccio mentre tornava a casa? Facciamo un passo indietro di alcuni giorni.

Genova, ultimi giorni di maggio

Genova, ultimi giorni di maggio. Un giro di chiave nella toppa ed ecco Gioconda che entra in casa sua. Poggia il pacco sul tavolo, lo apre, guarda il contenuto e sorride. Si avvia davanti allo specchio, un ultimo sguardo e via, in un attimo Gioconda non esiste più per nessuno. Due colpi di forbice e le trecce sono lì sul pavimento. Gioconda ora è felice, già durante la guerra libica aveva chiesto di prestare la sua opera come crocerossina, ma invano. Poi nuovamente quest’anno allo scoppio della prima guerra mondiale ha ancora fatto una richiesta di prestare la sua opera nella Croce Rossa o di dare una mano per la Patria. Ma la risposta come allora non è arrivata.

Milano, stazione centrale

Torniamo a Milano, a quel soldato con il fazzoletto sul viso. Non è un bendaggio per una ferita di guerra, ma serve per simulare un mal di denti. Un fazzoletto che serve per coprire un viso con dei fori nelle orecchie. Un viso senza più orecchini, un viso senza più quelle lunghe trecce nere. «Il numero di matricola?» Questa fu l’ultima domanda del carabiniere. Qui finì il sogno di Gioconda!

Chissà se il giorno della sua partenza Gioconda avrà letto Il Lavoro. Nella terza pagina il quotidiano genovese, appunto quello del 29 maggio 1915, titolava “Prepariamo e prepariamoci”. Ironia della sorte, riportava proprio quello che Gioconda faceva da mesi: “Prepariamo” tutto ciò che è necessario per la patria, per i  soldati e per le loro famiglie. “prepariamoci” a partire per il fronte.

“Quanto ho sofferto, quanto soffro di non  essere riuscita nel mio intento”

Il soldato Gioconda fu accompagnato al posto di Pubblica Sicurezza della stazione. Davanti a un capitano a quel punto Gioconda dovette svelare il suo segreto. Fu mandata in questura e poi in carcere dove rimase 9 giorni, il tempo di ricevere da Genova informazioni sul suo conto.

La ragazza genovese, ma nativa di Acqui Terme, con parte dei soldi ricavati dalla vendita del suo banco, aveva comprato una divisa da fantaccino affinché quel suo desiderio si potesse avverare; il desiderio di dare una mano alla Patria.

«Ora sono qui con il desiderio più che mai vivo di rendermi utile in qualche modo alla mia patria» – così continua Gioconda nell’intervista al Lavoro – «Perché mai anche noi donne non possiamo dare il nostro braccio per il trionfo del diritto e della civiltà? »

L’episodio sui giornali nazionali ed esteri

Questo mio racconto è basato su quanto scrissero i giornali genovesi dell’epoca (Il Secolo XIX e il Caffaro), che pubblicarono la notizia “prendendola” dal Corriere della Sera. La parte più interessante fu invece l’intervista – unica che io sappia – del 12 giugno 1915 fatta dal cronista del quotidiano Il Lavoro. Un mese dopo gli articoli comparsi sui quotidiani italiani, il settimanale britannico “The Spectator” riportò così – all’interno di un articolo sulle “Amazzoni italiane” – la notizia: The sturdy soldier proved to be a certain Signora Gioconda Sirelli, a seller of chickens at Genova. She says that she means to try again, and that next time she will not be caught trembling […] – Il robusto soldato si rivelò essere una certa signora Gioconda Sirelli, una venditrice di pollame a Genova. Dice che intende riprovare, e che la prossima volta non sarà colta da tremore […]

Il cronista del Lavoro, nelle ultime righe dell’intervista, ci mette al corrente che «il desiderio di Gioconda Sirelli è più che giusto per intanto la donna si è acconciata a confezionare maschere per i soldati». A questo punto, in questo modo Gioconda riuscì a rendersi utile, a fare qualcosa per la Patria.

Rileggendo gli articoli, che raccolsi in questi anni sulla prima guerra mondiale, ho trovato che due anni dopo questo episodio la Gioconda Sirelli tornò alla ribalta delle cronache, esattamente il giorno prima del Natale del 1917. In un comunicato della prefettura di Genova, si segnalava che le “scritturali addette” del Consiglio di Leva di via Canneto il lungo avevano raccolto lire quaranta a favore dei bisognosi per il Natale. La fautrice di questa iniziativa come scriveva Il Lavoro nell’articolo “Donne Benefiche” non poteva essere che la nostra Gioconda, che, nonostante le sue modeste condizioni, ha già in precedenza, inviato in due riprese lire cento da devolversi a favore dei profughi, somma da lei raggranellata con quotidiani risparmi che rappresentano una serie di sacrifici da additarsi come esempio.

Il contributo delle donne in tempo di guerra

Qui finisce il racconto di Gioconda, una ragazza, una donna, che come tante altre, durante la prima guerra mondiale, si rimboccarono le mani, andando a sostituire gli uomini nelle fabbriche, a lavorare i campi, a chinare ancor di più la schiena, mentre al fronte si combatteva. Ad esempio, a Genova nel maggio del 1916 le donne, inizialmente sui tranvaietti a cavalli, svolsero il compito di bigliettarie, indossando uno spolverino grigio ferro e un caschetto della stessa stoffa.

Due domande rimangono senza risposta. La ragazza di salita di S. Rocco avrà ricomprato il suo banco? Gioconda avrà fatto ricrescere le sue lunghe trecce nere?