Il serraglio dei leoni di Nouma Hava

“Cominceremo dal fare il leone, – ho detto. A questo scopo avevo portato con me dalla villa, Bianchino, il vecchio can barbone della zia Bettina, al quale ella è così affezionata. Gli ho attaccato al collare una fune e l’ho legato alla stanga del carro da buoi che era sull’aia, e, dato di piglio al pennellone, ho incominciato a tingerlo tutto di rosso. – Veramente – ho detto a quei ragazzi perché avessero un’idea precisa dell’animale che volevo loro rappresentare – il leone è colore arancione, ma siccome manca il giallo noi lo faremo rosso, che in fondo viene a esser quasi lo stesso. […] L’idea m’è venuta perché una volta il babbo mi portò a vedere quello di Numa Hava, e da allora ci ho sempre ripensato, perché il sentire nell’ora del pasto tutti quegli urli dei leoni, delle tigri e di tanti altri animali che girano in qua e in là nelle gabbie stronfiando e raspando è una cosa che fa grande impressione e non si dimentica tanto facilmente.”  Così scriveva Giannino, meglio conosciuto come Gian Burrasca nel suo diario il 17 ottobre 1906.

Anni prima il serraglio che tanto impressionò Gian Burrasca era a Genova e precisamente il 12 giugno 1898. Dove piantò le tende non è menzionato nel giornale “Il Caffaro”, forse sulla spianata del Bisagno o all’Acquasola dove già nel 1831 madame Tourniaire mostrò le sue fiere o forse a Porta S. Tomaso dove vent’anni dopo Baptiste Boccard offrì ai genovesi lo spettacolo del suo Gran Serraglio Reale di animali viventi. Tra questi c’era “il Leone gigante del deserto di Saara in Africa e la Leonessa di egual razza”.

Di monelli come Gian Burrasca anche a Genova ce ne erano, monelli o meglio batusi che affascinati dalle belve viste sulla spianata del Bisagno, all’Acquasola o a Porta S. Tomaso anche loro sicuramente ne combinarono di tutti i colori.

Passano gli anni e quei batusi diventarono grandi, c’è chi imparò un mestiere, chi una professione e quelli che progettarono e costruirono i palazzi – che ancor oggi possiamo ammirare nelle nostre vie – sicuramente mentre li decoravano con i leoni in pietra, riaffiorarono nei loro ricordi di gioventù quelle belve in carne e ossa.

Il leone di via Casaregis civico 1
Tre leoni di via Casaregis civici 2 e 4
Un dettaglio di un leone di via Casaregis civici 2 e 4

Alla Foce ne possiamo ammirarne alcuni: nei due imponenti palazzi di corso Torino ne troviamo due al civico 1, di fronte, in quello dei civici 2 e 4 ce ne sono ben tredici (Uno sul lato di via Tolemaide, sei su corso Torino e i rimanenti sul lato di via Tommaso Invrea).

Il palazzo della Vittoria in via Casaregis 1
Dettaglio del palazzo della Vittoria in via Casaregis 1
Dettaglio del palazzo della Vittoria in via Casaregis 1

In fondo di via Casaregis al civico 1 nel palazzo detto “della Vittoria” ce ne sono ben trenta e in cima a questo stabile la statua della Vittoria sembra indicare loro “il deserto di Saara (n.d.r. Sahara) in Africa”, il luogo dei loro padri, come riportò allora la Gazzetta di Genova.

Ma fra tutti quelli che possiamo ammirare a Genova c’è ne uno che è un enorme serraglio. È sempre alla Foce, in via Casaregis al 26, qui distribuiti in diversi piani se ne contano ben sessantasei. Sono di diversa fattura, dalle semplici teste, alle teste e colli a sostegno di alcuni balconi, e cosa abbastanza rara troviamo dieci corpi interi di leonesse, distese a coppie sopra alle decorazioni di alcune finestre.

Il palazzo di via Casaregis 26
Un dettaglio del palazzo di via Casaregis 26
Un dettaglio del palazzo di via Casaregis 26
Le leonesse del palazzo di via Casaregis 26

La ricerca delle belve scappate dai serragli continua…

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