Generale come sta? Sta bene?

Da ogni parte della città, fin dalle sei, arrivano a calata degli Zingari. Si tratta di alcune fanfare. La calata ha una corona di popolo, un brulichio di cappelli, di piume, di bandire, di trombe e di giornali del mattino. Tra questi c’è ovviamente anche il redattore del Caffaro che ci riporta questa notizia. Si tratta del Caffaro del 5 ottobre 1880. In porto è ancorato il Forte.

L’aria di stamattina, fresca, sottile, invece di eccitare l’appetito, eccita l’entusiasmo. In questo modo si apriva l’articolo del Caffaro per parlare di un uomo in carrozzella, fermo sulla tolda, in attesa di scendere dal piroscafo.

Da lontano tutti lo possono distinguere grazie ai suoi lunghi capelli d’argento e d’oro. Sta seduto appunto sopra la carrozzella avvolto in un puncho bianco. Non proprio bianco, infatti il cronista ce lo descrive di un colore particolare: piuttosto d’una tinta leggermente giallognola, come il burro fresco. Attorno al collo, risalta un fazzoletto di seta purpurea, che manda riflessi rosei sulla carnagione delicata, bianca, quasi cerea del generale. Si, il generale Giuseppe Garibaldi.

Il Forte è circondato da innumerevoli barche, gli amici salgono a bordo.

«Generale! Comme Sciâ stà? Sciâ stà ben»

«Grazie: agguanto ciù che posso, pe fa piaxei a-i gesuitti!»

Alle otto scende, o meglio viene trasportato a braccia, e adagiato sulla carrozza, sopra un materasso. Riceve i saluti di amici e di molti semplici cittadini, è una grande folla che lo acclama. Tra questi anche un gruppo di appartenenti alla Società dei Cuochi e Camerieri. C’è uno scambio di saluti e Garibaldi se ne esce con una battuta scherzosa in dialetto: «in mezo a cheughi e camë non se patisce l’appetitto». Tra l’altro è anche invitato, la sera stessa, a festeggiare il 17° anniversario della loro fondazione, ma la stanchezza del viaggio gli impedisce di partecipare, dispiaciuto, ringrazia: «Me rincresce de nö  poeï  vegni, ma preghiö mae figgio Menotti che ö me rappresente».

Il commendatore Rubattino

Non poteva mancare in queste giornate genovesi di Garibaldi il commendatore Rubattino. Il Rubattino, in questo affettuoso incontro con il Generale, fece cadere il discorso sul viaggio fatto da Garibaldi, dalla sua Caprera a Genova con il Forte, ma non potè andare oltre le prime battute perché Garibaldi, conoscendo la sua generosità lo interruppe. Gli disse commosso: «O so, ö so; son vegnuo cö Forte pe no däve desturbo. Dö resto, v’ho sempre vosciuo ben comme a un frae, e ve ringrassio comme se foisci vegnuo a piggiame voi stesso».

A colazione, poi fu servita anche la farinata e Garibaldi,  gustata con piacere questa pietanza, lasciò alla fine il banchetto esclamando: Tant’è, a l’e sempre a famosa fainä.

(N.d.R. le frasi in dialetto genovese sono tratte dal giornale “Il Caffaro” dell’ottobre del 1880)

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