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Eran oltre trentamila il 10 dicembre del 1847…

Il percorso fatto nel 1847, dalla “passeggiata dell’Acquasola” al Santuario di Oregina

…ma stamattina ero “solo” su per la salita di O’ regina

Sono passate da poco le otto di domenica, mi guardo intorno ma non vedo nessuno sulla “passeggiata dell’Acquasola”. Eppure avevo sentito parlare del ritrovo. Sono arrivato con il mio solito passo svelto da via Caffa per non perdermi questo appuntamento, dicono che ci sarà anche Goffredo. Il mio passo è stato più veloce dei miei pensieri.

Infatti con la mente sono rimasto al 1847, sono passati 270 anni, me lo conferma la scritta “Fratelli d’Italia l’Italia se desta”. Li in cima all’aiuola c’è un monumento al cui lato sinistro – di chi lo guarda – c’è Goffredo pensieroso. Mi sa che sta pensando su come è stata composta questa scritta. Mi sembra di sentire le sue parole “Siamo genovesi, abbiamo risparmiato anche sul marmo”. Infatti guardando bene la scritta “Fratelli d’Italia l’Italia se desta” lo spazio fra le parole non esiste quasi. Guardo in alto, il cielo è plumbeo, il sole è nascosto, diversamente da allora.

“Il sole del dieci dicembre sorgeva bello”

Ecco come raccontava quel venerdì, il “Mondo Illustrato” del dicembre 1847 “Il sole del dieci dicembre sorgeva bello, limpido in un cielo azzurro e trasparente; pareva che irradiasse con affetto maggiore le verdeggianti genovesi colline a festeggiare anche esso colla brillante corona de’ suoi raggi la grande solennità nazionale. Erano appena le otto del mattino e già l’amena passeggiata dell’Acquasola, luogo del comune ritrovo, era gremita di molte migliaia di persone”.

Il tempo passa veloce, c’è minaccia di pioggia. Ho deciso. Parto da solo, beh non proprio solo, c’è anche con me la mia bandiera italiana.

Una scia rossa mi guida giù lungo salita S. Caterina, allora sarebbe stata una scia di persone a indicarmi la via per Oregina. “Alle nove circa la processione prendeva le mosse ed avviavasi al Santuario di Oregina. In capo alla comitiva sventolava la famosa bandiera del ’46”.

“Fu l’intelligenza, l’unione, l’entusiasmo popolare”

Il Corriere Mercantile del 13 dicembre ci racconta come fu quel giorno l’adunanza: “Forse una vera descrizione è impossibile; ogni parola è impotente a rendere l’impressione prodotta dalla visita di quanto accadde in quel solenne giorno. D’altronde la parte più importante del fatto fu l’intelligenza, l’unione, l’entusiasmo popolare.”

ORDINE FRATELLI. ITALIA TUTTA CI GUARDA!!!

Ora siamo in piazza della Posta, giriamo in strada Nuova e proseguiamo per la Nuovissima. Piazza dell’Annunziata tra un po’ ci vedrà arrivare. Sto parlando al plurale, perché con la mente sono ritornato nel 1847. Io la bandiera siamo insieme, virtualmente, a donne di ogni ceto, bambini, ai cittadini con coccarde azzurre, a schiere di cittadini di ogni condizione.

Ci sono anche i Professori di Musica e di altre arti, gli studenti – che portano sul petto delle fronde di querce, prese agli elci secolari del piazzale della Pace – con alla loro testa Terenzio Mamiani (in quei giorni era in procinto di fondare con Domenico Buffa, qui a Genova, il giornale “La Lega Italiana”).

Percorriamo via Balbi fino a piazza dell’Acquaverde, poi S. Tommaso. Ed eccoci, inizia la salita di Oregina. Dopo due chilometri dalla partenza dall’Acquasola ora ci aspetta una dura crêuza, novecento metri da affrontare per poter arrivare fino al piazzale di N. S. di Loreto. Anche il Corriere Mercantile del 1847 parlando della passeggiata conferma che “La chiesa di Oregina, meta della passeggiata solenne, siede su aspro poggio – vi guida ripida, stretta salita”. Mi fermo un attimo, e mi giro verso il mare, guardo la Lanterna come avrà fatto anche qualcun altro più di cent’anni fa, mentre riprendeva fiato prima di affrontare la salita.

Salita di Oregina

Una fila di mattoni con ai lati il ciottolato, così inizia “Salita di Oregina”, ma qui quasi tutto è coperto dall’asfalto. Dopo la prima curva incominciano gli scalini dalla lunga pedata, uno dopo l’altro passano sotto i mie piedi. Ecco che incontro alcuni ragazzi che sulle loro mountain bike arrivano giù da Oregina, in questo modo ritorno alla realtà, ritorno nel 2017.

All’altezza del civico 7 incontro la prima “edicola votiva” ormai senza nessuna statua.

Passo a fianco del forte S. Giorgio, e ancora su, fino a quando la salita viene interrotta da via Napoli, ma riprende subito dopo, leggermente curvata a sinistra, con un ciottolato tra due file di mattoni.

Giro l’angolo e vedo in alto la ex chiesa di Nostra Signora della Provvidenza. Mi guardo indietro perché mi sembra di essere seguito.

“Mi guardo indietro perché mi sembra di essere seguito”

Sul lato sinistro della salita, fa capolino un albero di limoni.

Sui lati estremi di una casa, due edicole, entrambe con la statua della Madonna. La prima probabilmente trattasi di “N.S. della Misericordia, statua in marmo sul portone di una casa a man sinistra salendo un po’ prima della nuova chiesa della Provvidenza”  – così scrivevano i fratelli Remondini nel 1865.

Una finestra attrae il mio sguardo è segnata dagli anni, un tempo “da queste stesse finestre bello lo scorgere persone che facevano sventolare i loro bianchi fazzoletti in segno di evviva, di esultanza”.

Il silenzio è con me su per questo tratto di salita. Allora Il corteggio, devoto al programma, procedeva composto a gravità religiosa, silenziosa, tranquilla, a quando a quando quel silenzio era interrotto dai lieti suoni di molti civici concerti, alcuni dei quali erano stati inviati dalle vicine città e vicini paesi della Liguria”. Mentre la sensazione di esser seguito mi accompagna, ammiro sopra un portone – nel muro facente parte dell’allora conservatorio della Provvidenza – un’altra edicola che un tempo racchiudeva la statua di N.S. della Concezione.

Un po’ più avanti, sempre sullo stesso muro di destra, un’altra edicola anch’essa vuota. Arrivo in vista del Santuario e l’ultima edicola, la sesta di questo cammino è li quasi ad segnalarmi il traguardo raggiunto. Nel 1847 le molte centinaia di ecclesiastici sia regolari che secolari si saranno fermati qui insieme ai fedeli, così come nelle precedenti immagini della Madonna, per farsi un segno della croce o per dire una preghiera per se e per l’Italiani.

L’ultima edicola votiva di salita di Oregina

Mi accolgono due braccia protese e il suono di un clarinetto

Guardo in alto e in cima alla facciata della chiesa due braccia protese, quasi a volermi abbracciare per il voto fatto.

Ora il grande silenzio che mi ha accompagnato su per la salita termina. Un suono nell’aria mi accoglie mentre arrivo in piazza di Oregina. E’ una ragazza con un clarinetto, fa parte della banda qui giunta da Rivarolo per l’occasione. La stessa banda che insieme a quelle di Sestri Ponente (la “Casimiro Corradi” fu quella che suonò per la prima volta l’inno italiano) e di Savona, furono alcune fra bande civiche che accorsero anche dalle vicine Città per allietare la festa del 1847. 

Sono le nove e dieci e sono sugli ultimi scalini, vi appoggio lo zaino e su di esso la bandiera mentre sulla piazza si stanno approntando gli ultimi preparativi, in aria le bandiere di Genova sono mosse dal vento. Quel 10 di dicembre l’avanguardia della comitiva giungeva alla chiesa di Oregina verso mezzogiorno.

Allora le bandiere e i gonfaloni erano centinaia, recavano varie scritte di associazioni, di corporazioni, nomi di capi-popolo – “Viva la Lega Doganale Italiana”, “Viva il Commercio Libero”, Viva Italia”, Dio è con noi”. Oggi quella della “A Compagna”, quella di “GenovApiedi”, di Genova, dell’Italia, di varie associazione; quella degli alpini, degli aviatori e infine quella Europea, sono tutte qui per l’odierna ricorrenza.

Quando una sensazione diventa realtà

Ore nove e mezza arriva il Sindaco di Genova, primo fra le autorità. La banda da li a poco inizia a suonare, quando pochi minuti dopo le dieci, mi sembra di tornare indietro nel tempo. Mentre mi trovo a fotografare dagli scalini della chiesa, vedo spuntare verso l’inizio della piazza alcune bandiere. Non riesco a immediatamente a fotografarli, ma pochi secondi dopo ecco che questo momento è nella mia Canon. Tutto ora torna, la mia sensazione di essere seguito si è materializzata. Si tratta infatti di una decina di appartenenti all’associazione “GenovApiedi” con le loro bandiere, partiti anche loro dall’Acquasola e qui giunti per rievocare questo momento storico.

Gli appartenenti all’associazione “GenovApiedi” “nel 1847”
Gli appartenenti all’associazione “GenovApiedi” nel 2017

Colomba Francesca, la nonnina di Oregina

Durante la sfilata fecero due collette, per due terzi per “il vecchio di Portoria” cugino del Balilla, l’altro terzo per la vecchia centenaria di Oregina. Probabilmente si trattava di Colomba Francesca Castello di anni 104, come riportava un trafiletto del Corriere Mercantile che ho trovato sfogliando questo giornale per l’anno 1847.

Pochi giorni dopo, comparivano sul Corriere Mercantile alcune “pubblicità” sulla giornata di Oregina. Per 40 centesimi un libricino su “Il Centunesimo Anniversario del 10 Dicembre 1746 in Genova – Esposizione Storico-politica”, per un franco e mezzo il ritratto del Balilla, ed altri ancora.

Il ritorno verso Portoria

Il ritorno, dalla chiesa di Oregina, si fece seguendo un percorso diverso. Attraversarono la villa dei Signori Elena, che in quel giorno, i proprietari aprirono appositamente per lasciare passare il popolo genovese, poi giù per la discesa di S. Barbara, il pian di Rocca fino all’Albergo dei Poveri, piazza dell’Annunziata, passarono davanti a S. Sabina, per la via dei Portici, per la piazza di Caricamento, via Carlo Alberto, S. Lorenzo, Piazza Nuova, via Giulia per finire la passeggiata nella gloriosa strada di Portoria. Qui era stato eretto un arco adornato di bandiere, festoni e in cima la statua di Balilla.

Anche per me è l’ora del ritorno, in direzione del Balilla, non passo nella villa dei Signori Elena, perché non gli ho potuti trovare, in quel di Oregina. Chissà, forse un giorno troverò la loro villa. Quindi scendo per la stessa strada dell’andata, quasi in fondo alla salita, un gabbiano su di un pennone sembra indicarmi la via. Intanto in piazza di Oregina il colore rosso del tramonto da il cambio alle luci artificiali.

Quella giornata del 1847 fu una manifestazione che partì dal popolo, non come un secolo prima – come riporta la Gazzetta di Genova del 1797 – quando “La Stupida Oligarchia dava spettacolo d’una lunga fila di tristi portantine abitate da figure anche più comiche per la polverosa enorme parrucca, per la mostruosità dell’abbigliamento, e ricevevano un omaggio servile da una guardia di Cittadini volontari obbligati a intirizzire di freddo a piedi della salita del Santuario di Oregina, ove a costo della vita di venali facchini, si facevano intrepidamente trasportare i nostri Serenissimi Collegi per ivi pregare”.

Una portantina in via Balbi, in un particolare di una stampa del Giolfi

Fu comunque un avvenimento popolare quello del 1847, e non riguardava solo la nostra città, tra i genovesi, nelle strade di Genova, c’era anche una rappresentanza piemontese. “Evviva L’eroe di Portoria” e poi “Sia benedetta la memoria di Balilla”, queste parole erano quelle che si udivano, anche nelle strade di Sassari la sera del 10 dicembre.

La frase appropriata che mi va di scrivere  a conclusione di questa giornata – per chi oggi c’era e per chi la passeggiata la fatta come allora – è usare le parole affisse sulle strade, nei giorni seguenti della passeggiata del lontano 1847:

“FRATELLI FOSTE AMMIRABILI”

Bibliografia

Il Corriere Mercantile del 1847, la Gazzetta di Genova del 1847 e il Mondo Illustrato del 1847

Il percorso di salita di Oregina come è attualmente